Abbazia di Quedlinburg

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Abbazia imperiale di Quedlinburg
Abbazia imperiale di Quedlinburg - Stemma
Abbazia imperiale di Quedlinburg - Localizzazione
Abbazia imperiale di Quedlinburg - Localizzazione
Dati amministrativi
Nome ufficialeStift Quedlinburg
Lingue ufficialilatino
Lingue parlatetedesco
CapitaleQuedlinburg
Dipendente da Sacro Romano Impero
Politica
Forma di governoteocrazia
Nascita936
CausaConcessione del diploma imperiale
Fine1803
CausaReichsdeputationshauptschluss
Territorio e popolazione
Territorio originaleSassonia
Economia
Valutatallero di Quedlinburg
Commerci conSacro Romano Impero
Religione e società
Religione di Statoluteranesimo
Classi socialiclero, patrizi, popolo
Evoluzione storica
Preceduto da Ducato di Sassonia
Succeduto da Regno di Prussia
 Bene protetto dall'UNESCO
Chiesa collegiata, castello e città vecchia di Quedlinburg
 Patrimonio dell'umanità
TipoCulturali
Criterio(iv)
PericoloNon in pericolo
Riconosciuto dal1994
Scheda UNESCO(EN) Collegiate Church, Castle, and Old Town of Quedlinburg
(FR) Scheda

L'abbazia di Quedlinburg fu un'abbazia tedesca con sede nell'omonima città. L'abbazia è inserita nell'itinerario Culturale del Consiglio d'Europa Transromanica[1].

Vista da sud dell'Abbazia di Quedlinburg

L'abbazia, ex castello carolingio,[2] venne fondata nel 936 su un territorio di proprietà della Regina Matilde,[3] passato poi a suo figlio Ottone I, divenuto imperatore ed essa comprendeva il castello di e la montagna di Quedlinburg. Fu probabilmente questa origine come monastero istituito dalla famiglia imperiale che fece sì che l'abbazia crescesse velocemente ed in breve tempo, godendo di molte ricchezze. Enrico I di Sassonia è sepolto nella sua cripta.

All'abbazia venne concesso il titolo di abbazia imperiale e di lei si sa che era sede di una comunità di figlie non maritate dell'aristocrazia tedesca anche se non viene indicato l'ordine di appartenenza.[4][5] Esistevano già a quel tempo altre grandi abbazie femminili in Germania come quella di Herford o di Gandersheim, ma la stessa regina Matilde volle privilegiare questa struttura divenendone badessa alla morte del marito.

L'abbazia divenne nota nel Medioevo per i numerosi prodotti d'artigianato che si sviluppavano qui grazie appunto alle monache che vi risiedevano, oltre alla redazione degli Annali, divenuti, tra l’altro, celebri e per le numerose saghe cui si fa riferimento e perché viene citato per la prima volta il nome Lituania.[6][7][8] Dopo alcune discussioni tra la città di Quedlinburg e la locale Diocesi di Halberstadt, il vescovo di quest'ultima decise di concedere alla casata reale di Sassonia il patrocinio su questa abbazia, grazie anche all'influenza della badessa di quel tempo, Edvige, sorella di Ernesto ed Alberto di Sassonia, reggenti di quelle terre (1477).

Nel 1697 queste terre, comprensive dell'abbazia divenuta da un secolo protestante, passarono sotto il dominio del Brandeburgo e dal 30 gennaio del 1698 passarono alla Prussia.

Dopo la secolarizzazione, tra il 1802 ed il 1803, l'abbazia entrò nei possedimenti del Principato di Quedlinburg, creato dalla Prussia, per poi passare dal 1807 al 1814 al Regno di Vestfalia, di stampo napoleonico. Successivamente fece ritorno entro i confini del Regno di Prussia.

La chiesa abbaziale, dedicata ai Santi Dionigi e Servazio, è ancora oggi presente e si slancia come un'architettura di stampo romanico e venne costruita a partire dal 997, per poi essere terminata nel 1021.

A partire dal 1540 l'abbazia assunse i connotati di un luogo di culto luterano. L'ultima badessa fu Sofia Albertina, principessa di Svezia.

Badesse di Quedlinburg

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Lo stesso argomento in dettaglio: Badesse di Quedlinburg.
  1. ^ Home, su transromanica.com.
  2. ^ Tietmaro di Merseburgo, Saggio introduttivo, in Piero Bugiani (a cura di), Chronicon. L'anno mille e l'impero degli Ottoni, collana Bifröst, traduzione di Piero Bugiani, Viterbo, Vocifuoriscena, 2020, p. 61, nota 61, ISBN 978-88-99959-29-6.
  3. ^ (EN) David Warner, Ottonian Germany:The Chronicon of Thietmar of Merseburg (Tietmaro di Merseburgo), Manchester University Press, 2001, ISBN 978-07-19-04926-2, p. 43.
  4. ^ Felice Lifshitz. Die Annales Quedlinburgenses Serie: Monument Germaniae Historica, Scriptores Rerum Germanicarum In Usum Scholarum Separatim Editi vol. 72, 2004. Verificato il 25-07-2019
  5. ^ Quedlinburg Patrimonio Mondiale UNESCO, su www3.quedlinburg.de, UNESCO. URL consultato il 25 luglio 2019 (archiviato dall'url originale il 16 giugno 2008).
  6. ^ Il saggiatore giornale romano di storia, letteratura, belle arti, filologia e varietà, s.n.!, 1846, conservato presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma e digitalizzato il 18 luglio 2016, p.168.
  7. ^ (LT) Tomas Baranauskas, Circa le origini del nome della Lituania, in Lituanus, vol. 55, n. 3, 2009, ISSN 0024-5089 (WC · ACNP). URL consultato il 25 luglio 2019 (archiviato dall'url originale il 9 luglio 2021).
  8. ^ (EN) Richard C. Frucht. Eastern Europe. 2004. p.169 ISBN 1-57607-800-0
  • Hans-Erich Weirauch: Die Güterpolitik des Stiftes Quedlinburg im Mittelalter, in: Sachsen und Anhalt, Bd. 13, Magdeburg 1937, S. 117-181.
  • Hans-Erich Weirauch: Der Grundbesitz des Stiftes Quedlinburg im Mittelalter, in: Sachsen und Anhalt, Bd. 14, Magdeburg 1938, S.203-295.
  • Jan Gerchow (Hrsg.): Essen und die sächsischen Frauenstifte im Frühmittelalter, Essener Forschungen zum Frauenstift 2, Essen 2003.
  • Anton Ulrich v. Erath: Codex diplomaticus Quedlinburgensis, Frankfurt/M. 1764.
  • Barbara Pätzold: Stift und Stadt Quedlinburg, in: Abhandlungen zur Handels- und Sozialgeschichte, Bd. 26, Weimar 1989, S. 171-192.
  • Walter Breywisch: Quedlinburgs Säkularisation und seine ersten Jahre unter preußischer Herrschaft 1802-1806, in: Sachsen und Anhalt, Bd. 4, Magdeburg 1928; S. 207-249.
  • Bernd Feicke: Zur politischen Vorgeschichte des Reichsdeputationshauptschlusses 1803 und seine Ergebnisse für Kursachsen und Preußen im Ostharz unter besonderer Beachtung der 1780 einverleibten Grafschaft Mansfeld, der Reichsstadt und des Reichsstiftes Nordhausen sowie des Reichsstiftes Quedlinburg, in: Beiträge zur Regional- und Landeskultur Sachsen-Anhalts, H. 29, Halle 2004, S. 4-29.

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